Perdere è una questione di metodo

Archivio per Mag 23, 2009

Diciassette anni.

Diciassette lunghi anni da quel 22 maggio 1992, da quando Giovanni Falcone moriva insieme ai suoi uomini a Capaci, un luogo sconosciuto ai più , un luogo che da allora è rimasto nella nostra memoria collettiva, simbolo di sangue e di vergogna.

In quei giorni, pur travolti dall’angoscia e dall’orrore, in molti sperammo che quell’orribile strage, cambiasse qualcosa nel modo di essere e di vivere, nostro e dei siciliani. Pensammo che una tale violenza, una tale arroganza era troppo per tutti. Perfino per lo Stato connivente, sembrava troppo. Sentivamo un’onda di rabbia salire dentro e intorno a noi, la rabbia della gente comune, la rabbia di quelli che con la mafia ci convivevano e , loro malgrado, finivano per accettarla. E sentivamo una richiesta, forte e chiara, che veniva dalla gente, ed era una domanda di giustizia e di liberazione da una sudditanza.

Persino quando, a soli due mesi di distanza, venne il turno di Paolo Borsellino e della sua scorta, nella commozione e nel dolore di tutti c’era dentro la voglia rabbiosa di farla finita con quel cancro maledetto che dilagava indisturbato e nutrito da una parte dei nostri rappresentanti politici.

Pensammo, io pensai, e tanti come me, che il vaso era colmo, che l’arroganza di due attentati così feroci e distruttivi, avevano fatto scattare all’interno dello Stato e della gente la molla  che ci avrebbe portati ad affrontare onestamente un problema, una volta per tutte.

Sembrava che fosse nata una nuova coscienza popolare, che l’opinione publica , così indignata e furente, in quei mesi , sarebbe stata capace di muovere le montagne dell’omertà, dei silenzi, delle connivenze, dei calcoli politici.

Sbagliavamo.

In questi diciassette anni la mafia è passata di moda, abbiamo visto il pool antimafia svuotarsi di ogni significato fino a vederlo smantellato e snaturato, abbiamo sentito sedicenti ministri affermare che la mafia non esiste più e che caso mai bisogna conviverci, abbiamo sentito cosidetti onorevoli dichiarare che il nome dell’aeroporto di Palermo, intitolato a due servitori dello Stato massacrati per aver fatto il loro dovere, preoccuparsi che tali nomi potessero infangare il  buon nome della Sicilia ( che assurdità ), abbiamo visto la Sicilia consegnarsi felicemente nelle mani dei poteri forti, quelli che con la mafia ci fanno affari e mietono voti, abbiamo sentito dire che un tale Mangano,  un mafioso, è da considerarsi un eroe, per aver taciuto quando parlare, forse, avrebbe significato fare chiarezza e spazzare via i veri mandanti, i pupari.

Abbiamo visto quanta rabbia e fastidio abbia suscitato un ragazzo che si chiama Roberto Saviano, che ha scritto di camorra( un altro nome della mafia, uno dei tanti), coraggiosamente, abbiamo sentito accusarlo di calcolo e tornaconto personale…….

…e tutto questo è successo tranquillamente, quasi silenziosamente. Quei siciliani arrabbiati e piangenti del 22 maggio 1992 oggi non sono poi così tanti e noi abbiamo dimenticato…tutto è tornato nella normalità, nella quotidianità di una accettazione serena  di una realtà orribile e indegna. E’ cambiato solo il nome del gruppo di azionisti di riferimento dell’onorata società.

” Le vostre idee cammineranno sulle nostre gambe ” , era scritto in uno striscione di quei giorni. Ma noi abbiamo le gambe corte, purtroppo, e non siamo andati tanto lontano.

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